Amoris Laetitia: accompagnare, discernere, integrare.

Amoris laetitia.

Una interpretazione legittima, coerente, feconda

16gennaio 2017

Monsignor Melina, già preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, recensisce un vademecum sull’esortazione del Papa.

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola 

 

Tre professori dell’Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia: due teologi spagnoli (José Granados e Juan-José Pérez-Soba) e un filosofo tedesco (Stephan Kampowski), ci offrono un vademecum «per una nuova pastorale familiare» a partire da Amoris laetitia (AL). Non si tratta di studiosi dediti solo alla speculazione astratta, ma di persone da molti anni impegnate anche nella pastorale familiare in diversi paesi d’Europa e del mondo, a diretto contatto dunque con le famiglie e le loro difficoltà e in dialogo continuo con i pastori, che si dedicano ad un compito squisitamente e nobilmente pratico.

Con l’esortazione apostolica post-sinodale, papa Francesco non ha voluto chiudere «tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali» (AL 3), mediante un intervento magisteriale di carattere definitorio, ma piuttosto «avviare un processo», ammettendo anche francamente che potranno esistere «diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che ne derivano».

E in effetti siamo di fronte ad una molteplicità di interpretazioni, a volte diametralmente opposte, spesso incompatibili tra loro, che hanno prodotto una grande confusione tra fedeli e pastori, anche perché talvolta ci si è accontentati con una prima lettura semplificatrice e addirittura manipolatrice dei grandi mezzi di comunicazione. Il dibattito non dà segno di spegnersi, anzi si sviluppa con toni sempre più accesi. In particolare grande eco ha avuto l’iniziativa di quattro cardinali, che hanno esposto pubblicamente alcuni “Dubia”, che secondo una prassi consolidata avevano presentato al Papa e alla Congregazione per la Dottrina della Fede, senza aver ottenuto la desiderata risposta chiarificatrice.

Tempo e pazienza saranno necessari per “fare chiarezza”. Il testo dell’esortazione infatti non è sempre chiaro: la presenza di tante ermeneutiche diverse e opposte e l’iniziativa dei “Dubia” lo documentano al di là di ogni possibile negazione. Papa Francesco non consiglia letture affrettate del lungo e complesso documento (AL 7). E tuttavia le questioni pratiche che sono state sollevate non possono attendere, dal momento che nessuno può astenersi dall’azione, meno che meno da quella che concerne la salvezza delle anime: confessori, vescovi, famiglie impegnate nella pastorale. Questo vademecum si rivolge soprattutto a costoro, e lo fa con onestà e chiarezza, mettendo a disposizione una guida all’applicazione del controverso capitolo VIII.

Gli autori seguono le scansioni interne di questo capitolo (accompagnare, discernere, integrare), ma ne cambiano l’ordine, lasciando il primo posto all’accompagnamento, ma premettendo l’integrazione al discernimento. Infatti quest’ultimo tema può essere adeguatamente inteso solo nella luce dei precedenti due passi, che per la verità, anche se presenti nell’insieme dell’esortazione, trovano minore attenzione proprio all’interno del capitolo VIII.

Legge della gradualità

Il primo momento, l’accompagnamento, chiama in causa la dimensione temporale di un cammino da offrire e che deve condurre ad una mèta precisa. Al soggetto postmoderno, reso fragile dall’emotivismo, non ci si può limitare ad offrire un’accoglienza sentimentale e una soluzione formale dei problemi che la sua incapacità di amare continuamente produce. Si tratta invece di proporre un vero itinerario che lo porti ad «imparare ad amare», facendosi carico di una formazione integrale delle persone. Il cammino, che è necessario, non può che radicarsi nella fede, all’interno di un contesto comunitario e familiare e strutturarsi secondo la grazia e le esigenze dell’economia sacramentale. Il Battesimo sarà dunque il principio e l’Eucaristia, pienezza dell’amore donato in Cristo, la mèta. Non potendo fare l’economia della conversione, come ritorno alla grazia battesimale originaria, il punto delicato di passaggio sarà costituito dal sacramento della Penitenza. Le sollecitazioni di Amoris laetitia invitano a riscoprire il carattere graduale con cui la grazia del sacramento agisce nel tempo.

Certamente nessuno può essere considerato definitivamente perduto ed escluso, nessuno può essere lasciato ai margini dell’attenzione pastorale della Chiesa, perché la misericordia divina a tutti va incontro. La pedagogia di Dio ispirerà la sollecitudine dei pastori secondo la dimensione della gradualità (AL 295): proprio per non tradire il bisogno e l’attesa più profonda delle persone essa sarà una pedagogia della grazia, in cui la validità senza eccezioni della legge divina (la non gradualità della legge riaffermata senza ombra di dubbio in AL 295) è condizione pastorale per non lasciare nessuno ai margini, quasi vi fossero interlocutori di serie B. Come ebbe a dire con finezza di spirito il cardinale Jean-Marie Lustiger «è proprio la non gradualità della legge che fonda la legge della gradualità», come cammino paziente e progressivo verso la verità dell’amore. In questa sezione gli autori presentano un articolato, realistico e graduale itinerario, sia in riferimento alla preparazione al matrimonio, sia per i primi anni di vita coniugale, sia per le fragilità e i casi difficili, sia infine per le cosiddette situazioni “irregolari”.

L’integrazione in una comunione piena di quelle persone che vivono segnate da un amore smarrito (AL 291) è il secondo momento della proposta pastorale del vademecum. Dal momento che si tratta del fine del cammino di accompagnamento, integrare nella pienezza della vita di Cristo, essa non può in nessun modo essere confusa con una mera inclusione sociale. Se si confonde la dinamica ecclesiale, di cui parla Amoris laetitia che la intende come partecipazione al mistero di comunione, con una logica sociologica, allora si tenderà a concepire ogni ostacolo all’inclusione come un’ingiusta discriminazione che vìola diritti fondamentali e si cercherà la soluzione non nel richiamo e nell’aiuto alla conversione, ma nel cambiamento delle norme ingiuste.

L’integrazione dovrà mirare ad una rigenerazione delle persone, perché, come nel caso dei divorziati entrati in nuove unioni, si ristabilisca una condotta di vita in armonia col vincolo indissolubile del matrimonio validamente celebrato. Per questo non si dovrà mai parlare di «situazioni irreversibili».

Coscienza e fedeltà

Contro l’idea individualistica e spiritualistica di una “chiesa invisibile” in cui tutto è risolto nel foro insindacabile della coscienza privata, gli autori richiamano i criteri oggettivi di appartenenza al Corpo di Cristo: la confessione pubblica della stessa fede, la comunione visibile con la Chiesa, la condotta di vita in armonia con i sacramenti. In tal senso ciò che nei divorziati entrati in una seconda unione si oppone alla piena integrazione, anche eucaristica, non è tanto il “fallimento” del matrimonio validamente celebrato, quanto la seconda unione stabilita in contraddizione col vincolo sacramentale indissolubile.

Per questo la bella formula impiegata da papa Francesco di «discernere il corpo» (AL 185, che cita I Cor 11,29) rimanda non ad un esame puramente interiore della propria coscienza, ma al modo concreto di vivere le relazioni e in particolare la fedeltà al vincolo coniugale.

Così le indicazioni pastorali dell’esortazione post-sinodale invitano a riscoprire il sacramento della Penitenza come un vero itinerario sacramentale, che si svolge nel tempo, che accetta e valorizza i piccoli passi, che invita a ritrovare l’unità narrativa di una storia frantumata unendola alla storia di Gesù, il Testimone fedele, in cui fu solo il “sì” alle promesse. Proprio per questo il proposito serio di uscire dalla situazione obiettivamente contraddittoria con il vincolo coniugale validamente contratto è condizione necessaria per la validità dell’assoluzione sacramentale.

Il foro sacramentale infatti non può essere la semplice legittimazione della coscienza individuale, magari erronea, ma aiuto alla conversione per una autentica integrazione al Corpo visibile della Chiesa, secondo le esigenze di coerenza tra proclamazione della fede e condotta di vita (fides celebranda et moribus applicanda). In tal senso vengono anche proposte delle spiegazioni delle note 336 e 351, rispettivamente dei nn. 300 e 305 di AL, che ne mostrano la continuità col magistero precedente della Chiesa, in particolare di Familiaris consortio 84 e di Sacramentum Caritatis 29. È questa la novità che il documento di papa Francesco porta alla pastorale ecclesiale: la misericordia non è semplice compassione emotiva, né può confondersi con una tolleranza complice del male, ma è offerta sempre gratuitamente e generosamente proposta alla libertà di una possibilità di ritorno a Dio, che ha la natura di un itinerario sacramentale ed ecclesiale.

Matrimonio e Eucarestia

Il terzo momento della riflessione pastorale è dedicato al discernimento, che non può avere come oggetto né lo stato di grazia delle persone, su cui la Chiesa sa di dover lasciare il giudizio solo a Dio (cfr. Concilio di Trento, DH 1534), né può vertere sulla possibilità di osservare i comandamenti di Dio, per i quali sempre è donata la grazia sufficiente a chi la chiede (Concilio di Trento, DH 1536). Il giudizio della Chiesa di non ammettere all’Eucaristia i divorziati risposati civilmente o conviventi non equivale al giudizio che essi vivano in peccato mortale: è piuttosto un giudizio sul loro stato di vita, che è in contraddizione oggettiva con il mistero dell’unione fedele tra Cristo e la sua Chiesa.

Contro ogni individualismo e spiritualismo, la tradizione magisteriale della Chiesa ha proclamato la realtà pubblica e sacramentale del matrimonio e dell’Eucaristia: per accedervi il non aver coscienza di peccati mortali è condizione soggettiva necessaria, ma non sufficiente.

Gli autori ricordano opportunamente come sant’Ignazio di Loyola, maestro del discernimento degli spiriti, affermasse che su due cose non poteva esserci discernimento: sulla possibilità di compiere atti cattivi, già condannati da comandamenti di Dio, o sulla fedeltà ad una scelta di vita già effettuata e suggellata da un sacramento o da una promessa pubblica. E il comandamento di «non commettere adulterio» non è mai stato considerato dalla Chiesa un consiglio, ma un precetto di Dio che non ammette eccezioni.

L’oggetto del discernimento può dunque riguardare tre fattori della vita: in primo luogo il proprio desiderio rispetto all’Eucaristia: desidero veramente la comunione con Cristo, cui è inseparabile l’impegno di una vita conforme al suo insegnamento, o piuttosto desidero qualcos’altro? L’Eucaristia infatti non è mai per nessuno un diritto ed essendo un sacramento della Chiesa non è una mera questione privata “tra me e Gesù”. In secondo luogo, oggetto del discernimento è il vincolo matrimoniale, che dev’essere anch’esso oggetto di una dichiarazione giuridica pubblica, riguardando un atto sacramentale di unione tra due persone.

Infine e soprattutto il discernimento auspicato da Amoris laetitia, che raccomanda una «pastorale vincolo» (AL 211), deve riguardare i passi concreti per un cammino di ritorno ad una forma di vita conforme al Vangelo: la riconciliazione è possibile? Difendendo il vincolo la Chiesa non solo è fedele alla parola di Gesù, ma anche è paladina dei più deboli e indifesi. La verifica può riguardare anche l’obbligo di lasciare l’unione non coniugale, cui ci si è impegnati, e se sussistano le «ragioni gravi» per eventualmente restarvi. Infine il discernimento può riguardare i modi per giungere a vivere l’astinenza e per riprendersi dopo eventuali cadute.

L’obiettivo del discernimento non è perciò quello di aggirare le leggi con eccezioni, ma di trovare i modi di un cammino di conversione realistico, con l’aiuto della grazia di Dio. Adattare la legge morale a quelle che percepiamo essere le capacità nostre o dei fedeli non sarebbe un’azione pastorale, ma piuttosto un’azione legale che finisce col rendere superflua l’azione pastorale.

Legittima, coerente, feconda

Come si vede, quello che i tre esperti dell’Istituto Giovanni Paolo II ci propongono è uno strumento di grande rilevanza pastorale, all’interno del dibattito odierno e soprattutto delle perplessità di tanti fedeli, sacerdoti e vescovi. Esso suppone un’interpretazione di Amoris laetitia, che si raccomanda per tre caratteristiche: è legittima, è coerente, è feconda.

È legittima, perché finora nessun intervento magisteriale è venuto a chiarire in forma indiscutibile i punti ambivalenti presenti nel capitolo VIII dell’esortazione apostolica. Risposte date dal Papa in interviste o lettere private riflettono infatti opinioni personali legittime, ma non vincolanti la Chiesa, mentre la decisione di non rispondere ai Dubia dei quattro cardinali è di per sé molto significativa. Non rispondendo infatti il Papa ha in qualche modo risposto: ha risposto di non poter rispondere. O meglio: ha risposto di non poter rispondere, in quanto Successore di Pietro, in contrasto con la dottrina e la prassi indicata dai suoi Predecessori. E così rimane perfettamente legittimo continuare a riferirsi alle loro disposizioni molte chiare in merito.

L’interpretazione non è però solo legittima. È anche l’unica davvero coerente sia con l’intero documento, che chiede di sviluppare una «pastorale del vincolo» (AL 211) e si centra sull’amore vero di cui parla san Paolo in 1 Cor 13 (AL, cap. IV); sia con il cammino sinodale, che non ha modificato la disciplina eucaristica della Chiesa (la relatio finalis del Sinodo, infatti, neppure menziona l’Eucaristia quando parla delle situazioni difficili); sia infine e soprattutto con il Magistero della Chiesa, antico e recente. Il cardinale Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una dichiarazione del 1 dicembre 2016 ad un’agenzia cattolica austriaca, ha affermato che pur rispettando la decisione del papa Francesco di non rispondere ai Dubia, in ogni caso «questo documento [Amoris laetitia, ndr] non deve essere interpretato in modo tale da indicare che le precedenti dichiarazioni dei papi e della Congregazione della Dottrina della fede non sono più valide». Del resto sarebbe molto strano che proprio dopo aver proclamato solennemente san Giovanni Paolo II “il Papa della famiglia”, Francesco volesse poi allontanarsi dal suo chiaro insegnamento su un punto tanto rilevante, nel quale è in gioco l’unità di fede e vita, di sacramento e testimonianza. Impensabile poi che cercasse di farlo surrettiziamente, accreditando una prassi per poter poi mutare anche la dottrina.

Infelici e contenti?

Infine e soprattutto: quella proposta nel vademecum è un’interpretazione feconda, perché promuove strade e apre prospettive, certamente impegnative e talvolta ardue, ma sempre piene di vita, per i pastori e le persone, come confermano esperienze e testimonianze da tempo in atto, con cui i tre autori sono in contatto, quali quelle vissute nel Cammino Neocatecumenale, in “Mistero Grande”, nei “Separati fedeli” o nella “Communion Notre Dame de l’Alliance”, promossa dal P. Nourissat. Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale. Non è pastorale quello che lascia vivere tutti “infelici e contenti”, ma quello che annuncia, invita alla conversione ed aiuta ad accogliere le esigenze del cristianesimo che – come disse il Beato Paolo VI nel messaggio pasquale del 1969 – «non è facile, ma felice».

Monsignor Livio Melina, autore di questo articolo, è preside emerito del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia

 

La differenza sessuale? Condizione irrinunciabile.

 

«S’io m’in-tu-assi come tu t’immii…». Così, con due arditissime invenzioni linguistiche, Dante esprime il dinamismo io-tu che si rivela decisivo per la sanità e la maturazione di ogni uomo, fin dal suo primo affacciarsi alla vita. Nella sorpresa del tu – misteriosa, eppure familiarissima alterità – si desta l’io – irriducibile identità. L’altro non è dunque un optional, ma condizione irrinunciabile perché ci sia l’io. Non un puro «accidente», ma qualcosa di costitutivo.

In tutti i tempi e a tutte le latitudini emerge nell’io un’apertura originaria, un invito a uscire da sé, che lo sospinge verso (in latino tale dinamismo è indicato dal verbo di-ferre) il tu. È questo un carattere inscritto in modo indelebile nella natura di tutti gli esseri umani. «Dio creò l’uomo a sua immagine (…) maschio e femmina li creò» (Gn 1,27): la Bibbia, con formula icastica, ce ne dice l’origine. La differenza sessuale si rivela dunque come una dimensione irrinunciabile dell’io. Così originaria che, se la si abolisse, l’essere umano ne risulterebbe «snaturato». L’uomo non sarebbe tale.

Senza dover ricorrere alle analisi più scaltrite degli esperti di scienze umane, basta uno sguardo semplice e leale sulla realtà per rilevare questo fenomeno assolutamente evidente: nessuno può esaurire in sé tutto l’uomo. Sempre avrà di fronte a sé l’altro modo (la donna per l’uomo e l’uomo per la donna), a lui inaccessibile, di esserlo. Possiamo pertanto dire, con Giovanni Paolo II, che l’uomo è, in realtà, l’unità duale di uomo-donna.

Il racconto della creazione della donna (Gn 2,18 ss.) ben descrive la percezione di tale irriducibile differenza da parte dell’uomo maschio, pur nella sua essenziale identità con la donna. Eva è cavata da Adamo per essere differente, anche se ha in comune con lui l’essenza personale. Dio la plasma con la costola di Adamo e gliela pone di fronte, come un interlocutore che egli non si può dare, né può, tantomeno, dominare come può fare con tutti gli altri esseri viventi (imporre il nome, nel linguaggio biblico, significa stabilire la propria signoria). Proviamo a raffigurarci lo sguardo di Adamo che vede per la prima volta Eva vicino a sé… Potremmo rinvenirne qualche traccia nello sguardo del bambino a sua madre cui ci siamo riferiti nella premessa. Fin dal principio la donna è posta davanti all’uomo (e viceversa) come un dono. Una presenza inimmaginabile, del tutto irriproducibile, eppure profondamente corrispondente a sé. L’uomo e la donna sono identicamente persone, ma sessualmente differenti. Tale differenza pervade tutto l’essere umano, fin nell’ultima sua particella: il corpo dell’uomo, infatti, è in ogni sua cellula maschile, come quello della donna è femminile.

La differenza sessuale si presenta così, a un tempo, come interna ed esterna all’io. Infatti se, da una parte, essa porta l’alterità all’interno della persona stessa, dall’altra ne segna la strutturale insufficienza, aprendolo al fuori di sé. «E Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”» (Gn 2,18). L’altro è per me tanto inaccessibile quanto necessario. La natura sessuata rappresenta uno dei luoghi originari in cui l’uomo fa l’esperienza della propria contingenza creaturale. O – più precisamente, anche se in termini un po’ più tecnici – della propria ontologica dipendenza e della conseguente capacità di relazione. Il disegno originario di Dio nel farci maschi o femmine ha a che fare con l’educarci a capire il peso dell’io e il peso dell’altro. La differenza sessuale si rivela così come «scuola elementare» per l’uomo. Si tratta di imparare l’io attraverso l’altro e l’altro attraverso l’io. Il bisogno/desiderio dell’altro che, come uomo e come donna, io sperimento non è pertanto il marchio di un handicap, di una deficienza, ma piuttosto l’eco di quella grande avventura di pienezza che vive nell’Unitrinità di Dio, perché siamo stati creati a Sua immagine. «A immagine di Dio lo creò. Maschio e femmina li creò» (Gn 1,27). Il gioco dell’alterità, infatti, è in Dio stesso.

Dalla nostra fede abbiamo conoscenza del fatto, straordinario e misterioso, di un io che è all’origine di tutto, il Padre. Egli dona il proprio essere a un altro il quale, accogliendo totalmente tale dono e restituendolo, è generato, il Figlio. E la reciprocità tra i due è così perfetta che il frutto di questa relazione è Dio stesso, nella persona dello Spirito Santo. Nel mistero della Trinità è presente la più radicale differenza che si possa sperimentare o anche semplicemente intuire. La massima differenza all’interno della più assoluta identità. Quando per grazia – cioè attraverso Gesù – tale mistero ci è comunicato, tutto l’orizzonte e la profondità della nostra umana esperienza ne vengono illuminati.

Quanto detto spiega perché una cultura che non accetti la rivelazione del Dio Trinitario sia, in ultima istanza, incapace di pensare positivamente la differenza sessuale. Basta considerare quel che sta succedendo nella stessa nostra cultura europea. Perdendo il riferimento vivo alla fede in Gesù Cristo, che ne costituisce la radice, essa ha perso il senso della Trinità. Come conseguenza fa sempre più fatica a concepire la differenza, anche la differenza sessuale (…). Segnata dal tocco originario del Mistero, la differenza sessuale è qualcosa che ultimamente sfugge a ogni umano tentativo di definizione, né può essere catturata come un oggetto con il nostro pensiero. (…) D’altra parte essa non può essere abolita, senza snaturare l’io. Ma, poiché con il peccato originale il disegno del Creatore ha subito una profonda incrinatura, l’apertura originaria tra l’uomo e la donna ne è rimasta in un certo senso mortificata: la logica della reciprocità e del dono ha continuamente minacciato di corrompersi in logica del potere. Ma Gesù è venuto a riportare le cose alla verità dell’inizio.